Memorie di un assassino | Recensione

In un piccolo villaggio della Corea del Sud, nel 1986, viene trovata una giovane donna brutalmente assassinata. Due mesi dopo, un crimine molto simile, attira l'attenzione dell'opinione pubblica. Lo spettro di un assassino seriale fa sprofondare l'intera regione nel terrore. Due poliziotti locali, tanto brutali quanto impreparati, indagano con mezzi poco ortodossi sugli omicidi. Si unirà a loro un terzo detective, in arrivo direttamente da Seul. Penserà di poter risolvere il caso ma, fra errori e false piste, verrà trascinato negli abissi di un'indagine senza apparente risoluzione.



Data di uscita:13 febbraio 2020

Genere:Thriller, Drammatico

Anno: 2003

Regia: Bong Joon Ho

Attori: Kang-ho Song, Kim Sang-Kyung, Roeha Kim, Song Jae-ho, Byun Hee-Bong, Ko Seo-hie, Parco No-shik, Park Hae-Il, Jeon Mi-seon, Seo Young-Hwa

Paese: Corea del Sud

Durata: 131 min

Distribuzione: Academy Two

Sceneggiatura: Bong Joon Ho, Shim Sung-bo

Fotografia: Kim Hyung-koo

Montaggio:Kim Sun-Min

Musiche:Tarô Iwashiro

Produzione:CJ Entertainment, Muhan Investment, Sidus


Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 13 febbraio 2020 (in Italia)

Voto: 9.5/10

Genere📽: thriller, drammatico

Pro🔝: Ci sono voluti diciassette anni e il successo di Parasite per permettere al pubblico

italiano di apprezzare uno dei capolavori della cinematografia di Bong Joon-ho, Memorie

di un assassino, una storia realmente accaduta che ci racconta della caccia al primo serial killer sudcoreano, tra il 1986 e il 1991, nelle campagne di Hwaseong. Il killer e i suoi omicidi stanno sempre sullo sfondo rispetto ai tre detective che si occupano delle indagini: due sono ispettori del posto, dai modi rudi e superficiali, l’altro, più determinato e scientifico nei metodi, viene chiamato da Seoul apposta per

affiancarli. La ricerca dell’assassino procederà dunque con continui diverbi tra gli

ispettori, ognuno sicuro dell’efficacia del proprio metodo. Il detective Park Du-man,

interpretato dal grande Song Kang-ho, è sicuro di poter riconoscere gli assassini dal loro

volto, da caratteristiche che solo lui possiede il dono di riconoscere; la sua pigrizia nelle

indagini deriva anche da questa presunzione. Al metodo superficiale di Park si oppone

quello del detective Seo Tae-yun, convinto invece che una maggiore cura nelle indagini

possa evidenziare caratteri comuni negli omicidi che potrebbero restringere il campo delle indagini. I ritmi serrati sono scanditi da eventi che depistano e mandano continuamente fuori strada gli ispettori in modi sempre diversi ed imprevedibili. I colpi di scena risultano efficaci perché capaci di coinvolgere sia la colonna sonora sia la scenografia chiamando in causa i sensi dello spettatore con una delicatezza che inquieta. La canzone triste che passano alla radio, ad esempio, suona chiaramente come una marcia funebre che avverte noi e i personaggi che qualcosa sta per accadere. La pioggia che batte incessante nei pianeggianti e tetri canneti di campagna coinvolge la vista di noi che guardiamo tramite l’occhio discreto di Bong, aspettando da un momento all’altro che l’assassino possa saltare fuori distinguendosi da quella vegetazione così fitta e regolare per colpire la vittima.

Restando ancora per un attimo focalizzati sull’intreccio è impossibile non citare

la chiusa del film, un momento di rara bellezza perché tanto atteso e pieno di diverse

sfumature di significato tutte condensate nel primissimo piano finale, una delle tante

citazioni d’autore (stavolta a I quattrocento colpi di Truffaut).

Se Memorie di un assassino fosse solo la storia di una stramba accoppiata di

detective che tenta di catturare un serial killer sarebbe sicuramente un grande film ma non il capolavoro che effettivamente è. La pellicola di Bong Joon-ho racconta ben altro

rifuggendo dalle banalità a cui si concede un cinema fin troppo politicamente connotato.

La politica è parte integrante di quest’opera seppur sia percepibile sempre come

sfondo. Sono le conseguenze della politica però che scivolano con agilità in primo piano

attraverso uno dei temi centrali di tutto il lungometraggio, la violenza. In una nazione in

preda al caos politico la violenza sembra essere l’unica soluzione per placare un popolo

confuso e sull’orlo del baratro come quello presente nelle campagne rappresentate qui.

La violenza torna ad essere la soluzione più semplice quando la frustrazione dei detective di provincia prende il sopravvento sulla loro buona volontà sfociando, a volte, in scene in cui la componente humor alleggerisce i toni portandoli verso lo slapstick movie, un genere che influenzerà sempre Bong. A simboleggiare questa nazione violenta c’è la misteriosa figura del serial killer, poco definita e per questo adatta a diventare la conseguenza più palese e diretta di una nazione malata.

L’importanza del film è rilevante anche nella storia del cinema: i canoni del

poliziesco vengono ridisegnati e dal 2003 in poi i registi che si sono occupati di crimini

si sono dovuti confrontare con questa pellicola; basti pensare a Zodiac di David Fincher.

Contro❌: trovare un difetto a quest’opera è davvero complicato. Al contrario di

Parasite che è un film molto più rapido e facilmente fruibile, qui Bong Joon-ho adotta

uno stile narrativo che vuole raccontare anche con il non detto, con i dettagli, ma anche

con i fallimenti dei suoi protagonisti e molta della grandezza del film sta sotto questa

superfice apparentemente vaga e centrifuga. Se possiamo definirlo un contro, allo

spettatore di questa rara perla tocca lucidarla un minimo per ottenerne il massimo

splendore.


Recensione a cura di Matteo Angelica

Grafica a cura di Giulia Federici e Matteo Angelica

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