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Come sta parlando di guerra il cinema?

Provando a percorre alcune tappe della storia del cinema, si arriva ad analizzare delle strategie di <<anti-spettacolarizzazione>> della guerra prendendo in esame due film contemporanei in uscita al cinema in Italia: "The Zone of Interest" di Jonathan Glazer e "Fallen Leaves" di Aki Kaurismäki.


(Jussi Vatanen a sx e Alma Pöysti a dx in una scena di "Fallen Leaves")


("The Zone Of Interest")


Il cinema è nato ed è stato caratterizzato per la sua natura spettacolare, nascendo difatti dall’incontro tra la fantasmagoria e la scienza, stiamo parlando di fine ‘800, sia chiaro.

Gli spettatori delle “sale” francesi avevano paura che su un piccolo quadrato nero comparisse un treno ad alta velocità come se potesse investirli (1896) o ancora a Brighton avevano paura che un uomo su uno “schermo” aprendo la bocca potesse inghiottirli (1901). Dopodiché arrivò un signore di nome George Meliés che intensificò questa prospettiva integrando al cinema i primi film di ciò che noi oggi chiamiamo <<fantascienza>>, venendo dal teatro, sperimentò i primi trucchi magici relegando al cinema, dunque, la funzione di “spettacolarizzare”.

Per i successivi trent’anni più o meno il cinema continuò su questa scia, con diverse variabili sia chiaro, ma comunque l’intenzione era quella di intrattenere il pubblico mostrando contenuti che potessero creare stupore. In Italia soprattutto seguendo gli echi dannunziani siamo stati abituati a scenografie monumentali, eroi in cerca di conquistare terre (Scipione, siamo già nel 1937, Carmine Gallone) e i vari trionfi del fascismo, non disprezzando la messa in scena delle brutalità di quegli anni (Camicia nera, 1933, Giovacchino Forzano).


Un giorno, però, un giovane romano figlio del fondatore del primo cinema in Italia, ma soprattutto amicissimo del figlio del Duce invertì la rotta. Roberto Rossellini, ‘fascistissimo’ da sempre, poi pentito con la fine del regime, fece qualcosa di altrettanto rivoluzionario: nel 1946 realizza “Paisà” e nei primi cinque minuti del film lo spettatore, a cui viene narrata la resistenza partigiana in terra sicula, vede il vuoto: soldati che camminano da una parte all’altra, vedute di cieli e mari in tempeste, terre deserte… ma si sentono degli spari in lontananza, delle lacrime di una bambina… A 3km da Rossellini vi era la spettacolarizzazione, ma lui si assume una responsabilità etica e morale, soprattutto nei confronti delle vittime, e decide di cominciare a raccontare le storie in maniera adulta, andando contro il cinema classico hollywoodiano.


Lo spettatore del 1946 proverà la stessa noia di quello del 2024 nel vedere i primi cinque minuti di Paisà, ma è lì che il cinema inizia a capire come il fuori campo, il sonoro e una messa in scena consapevole sono mezzi che possono sovrastare sequenze di uomini che sparano altri uomini, che fanno scaturire la ‘lacrima facile’, una drammatizzazione, ai nostri giorni, piuttosto banale.


Quanto è più drammatico vedere le conseguenze di un dolore legato ad un conflitto, percepirlo dalla quotidianità delle azioni dei personaggi esterni a questo? O ancora, è possibile vedere la vita dell’altra faccia della medaglia, i vittoriosi, eppure provare il medesimo dolore come se stessimo vedendo quella di chi viene umiliato?


Facciamo un salto temporale e arriviamo ai nostri giorni…

Figlio di una famiglia ebraica, Jonathan Glazer, dopo 10 anni di lavorazione, realizza “The Zone of Interest”, in uscita da noi in Italia il prossimo 22 febbraio.

Vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria e con 5 candidature agli Oscar (miglior film compreso) racconta la vita della famiglia Höss, dove il padre e marito Rudolf è il primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz. Il film racconta la serenità della famiglia e i loro piccoli minuscoli problemi quotidiani. Auschwitz è lo sfondo, ma ad imporsi sullo schermo sono le ville, le piscine, i volti di una famiglia nobile di una razza (a detta loro) superiore che vive le proprie giornate in maniera spensierata se non con la preoccupazione di cosa dare da mangiare ai propri animali o ancor più se il marito riceverà delle promozioni a “lavoro” o no.


Sembrerebbe semplice fare un’analogia con il cuore di questa famigerata razza ariana e il cemento armato, materiale che forma il muro che divide il campo di concentramento e la villa degli Höss. Meno facile invece è il compito per Glazer, che dinanzi ad un cinema contemporaneo trionfante fatto di esplosioni di bombe, uomini-ragni che saltano tra una moltitudine di universi, famose bambole rose che tentano di denunciare temi sociali e civili (e finiscono con aumentare il proprio capitale) e divi che cantano e producono cioccolata, sfida il visibile, le leggi dell’occhio umano e di quanto esso sia sensibile in relazione a ciò che vede, e basta.

Glazer non vuole oltrepassare il muro, è un episodio che abbiamo già visto e ci siamo già commossi… rompe la tradizione cinematografica e cerca di catturare a sé lo spettatore con l’uso del suono e con una macchina da presa capace di rendere visibile il contrasto del verde (simbolo, tra tante cose, anche della ricchezza) degli abiti, dei prati e della villa dei criminali di guerra con il cielo grigio e cupo proveniente da ciò che rimane dei corpi delle vittime ebree.


In uno scenario attuale in cui <<se non vedo non credo>> (vedi ‘social media’), il regista ebraico sceglie di rendere invisibile il dolore uniformandosi perfettamente al concetto che Hannah Arendt aveva ideato come ‘banalità del male’. Difatti, stiamo parlando di un male banale se osserviamo la vita della famiglia Höss ed è terrificante sapere che c’è dell’altro, ciò incute un timore straziante… ancor più lo è, però, sentirlo. Al vuoto scenico (del dolore) si aggiunge un suono disturbante e ridondante che rende l’atmosfera orrorifica, è qui che noi percepiamo il crimine in corso, ma siamo impossibilitati nel vederlo, nel fermarlo ed esserne testimoni oculari… forse siamo anche noi colpevoli e complici perché spettatori della “spettacolarità” della famiglia tedesca, così come lo erano Mussolini e amici. Genialità di Glazer sta nel capire appieno un discorso che aveva fatto in primis nientemeno che Aristotele che, nella Poetica, affermava come la tragedia greca avrebbe dato priorità al suono eliminando la visione scenica della violenza, perché sapeva che mostrarla sarebbe stato un depotenziamento in quanto "l’organo del terrore è l’orecchio”, vi inviterei a guardare i film di David Lynch senza l’uso del suono, dov’è il terrore? Ancora, provate a eliminare la celebre colonna sonora nella sequenza della doccia di Marion in “Psycho”.

Allo spettatore del 2024, credo Glazer consiglierebbe una visione consapevole del fatto che il cinema sia oltre ciò che possiamo vedere, gli occhi non hanno confini così come le emozioni.


Ci tocca ora un salto spaziale, più precisamente in Finlandia per andare a scoprire l’ultima perla di Aki Kaurismäki, “Fallen Leaves” (“Foglie al vento”) già da un mese nei cinema in Italia e ancora disponibile nelle sale. Anche quest’Opera ne esce vincitrice da Cannes 2023 con il Premio della Giuria.

C’è chi beve per depressione, chi ruba sul posto di lavoro prodotti scaduti del supermercato per precarietà, chi non ha voce per cantare perché forse non c’è nulla da cantare e chi non pulisce la propria casa perché non c’è nessuno da aspettare. Ne rimane un mezzo tetto, l’insalata e la luce… poi apri un foglio che arriva una volta al mese a casa e puoi spegnere anche la luce.

Anime martoriate da ciò che non entra nelle loro case (se così vogliamo chiamarle) se non tramite fogli del genere e voci della radio che parlano ininterrottamente di numeri di feriti, numeri di morti, e ancora e ancora… Ma i numeri sono solo “foglie al vento”, le anime martoriate sono nomi, che hanno la possibilità di incrociarsi e perdersi, di ritrovarsi e unirsi.


Ancora una volta, la guerra (nel film questo termine è usato solo una volta) caratterizza i nostri personaggi, li svuota tanto che il film quasi non riesce a parlare, ma la vuotezza è fatta per essere riempita, talvolta anche con l’arrivo di un’altra anima vuota. Addirittura i vuoti vanno a cinema a vedere “The Dead Don’t Die” (Jim Jarmusch, 2019) e cosa ci sta dicendo, allora, il regista finlandese se non che la guerra porta morte anche a chi non è ancora morto?

Siamo in una città finlandese deserta dove i bar hanno atmosfere grottesche ed è controllata da un capitalismo disumano dettato anche dal lontano (ma vicino) conflitto russo-ucraino contemporaneo. Ciò che traspare è che seppur non vi siano morti di finlandesi, qui la sofferenza è nel riuscire a sopravvivere, sottostare ad un capitalismo sfrenato che induce le due anime spersonalizzate a crearsi un’identità, ma in un mondo fatto di numeri non sarà facile…

Al mondo che pone ostacoli costantemente anche a tanti kilometri di distanza, ma che non entra mai in campo, Kaurismäki augura alle foglie al vento di connettersi e amarsi.


Ecco gli orrori della guerra che il cinema 2023 ha saputo, non con poche difficoltà, interpretare. Ha paura forse di far vedere i dolori della guerra? No, se pensiamo a “Green Border”, in riferimento alle fughe dei rifugiati siriani nel confine bielorusso-polacco, in uscita a febbraio 2024 o se allarghiamo lo sguardo all’America se pensiamo al già rinomato “Killers Of The Flowers Moon”, ultima Opera di Martin Scorsese.


Il cinema sta semplicemente suggerendo una diversa strategia di visione non conforme all’occhio contemporaneo, forse, dello spettatore, ma che, adulto, dovrebbe andare oltre alla definizione, ormai arcaica, di cinema come intrattenimento del 1896.

Caro lettore, nell’augurarti di sperimentare visioni diverse e ricercare nella settima arte “l’irrappresentabile” (e cosa c’è di più irrappresentabile se non la guerra?) ti lascio una testimonianza di un personaggio di non poca importanza nella storia del cinema italiano come Cesare Zavattini che conferma e amplifica quanto ho provato a descriverti:


“Finché non si riesce a superare e a vincere la nostra pigrizia intellettuale e morale, la realtà ci sembra priva di qualsiasi interesse. Non bisogna stupirsi perciò che il cinema abbia sempre sentito come naturale e inevitabile la necessità di «una storia» da inserire nella realtà, per renderla appassionante, «spettacolare». E’ chiaro tuttavia che in tal modo si «evadeva» subito dalla realtà quasi che senza l’intervento della fantasia non si potesse far nulla. […] la realtà era enormemente ricca: bastava saperla guardare. E che il compito dell’artista non era quello di portare l’uomo a indignarsi e commuoversi per dei traslati, ma quello di portarlo a riflettere (e se vuoi anche a indignarsi e commuoversi) sulle cose che fa e che gli altri fanno, sulle cose reali, insomma, lì precise come sono.”

Cesare Zavattini (Alcune idee sul cinema, Umberto D.; Rivista del cinema italiano 1953)

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