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Dogtooth | Recensione

Una famiglia composta da padre, madre e tre figli, vive in periferia in una casa circondata da un grande recinto. I ragazzi non hanno mai oltrepassato il muro che li separa dal resto della città e sono stati educati e istruiti per volere dei genitori senza alcuna influenza dal mondo esterno. L'equilibrio viene spezzato quando il padre, per soddisfare gli istinti sessuali del figlio, introduce in casa un elemento esterno: Christina.



Anno:2009

Regia:Yorgos Lanthimos

Attori:Christos Stergioglou, Michele Valley, Aggeliki Papoulia, Christos Passalis, Mary Tsoni, Anna Kalaintzidou

Paese:Grecia

Durata:94 min

Distribuzione:Lucky Red

Produzione:Boo Productions


Data di uscita in Italia 🗓️: 26 agosto 2020 (nelle sale italiane)

Voto: 8,5

Genere📽: drammatico

Pro🔝: Vincitore nella sezione Un Certain Regard al 62esimo Festival di Cannes e candidato, due anni più tardi, come Miglior Film Straniero agli Academy Awards, il capolavoro surrealista di Yorgos Lanthimos arriva finalmente nelle sale italiane.

Si può cogliere una certa ironia nella tempistica di uscita del film, in un momento in cui l’Italia si riprende da mesi di Lockdown per l’emergenza sanitaria da COVID- 19, e in cui l’idea di famiglia in trappola è diventata una costante tristemente realista nella vita degli italiani, ecco che ci ripropongono un film che parla esattamente di questo: chiudere la famiglia in una casa per tenerla al sicuro dal pericoloso mondo esterno.

Non è la prima opera del regista greco che ci mette di fronte ad azioni di potere che si confondono sullo stesso piano della follia e della paranoia, basti pensare al suo ultimo, acclamatissimo, lavoro: La Favorita (2018). Ma nello stesso modo di quest’ultima citata opera, anche Dogtooth si adopera sul doppio piano della scelta umana, definita come azione e di ciò che ne segue, in un’esasperazione portata proprio del potere avaro, che si trasforma in violenza fisica e psicologica. E come prima della favorita anche The Lobster

(2015), il Sacrificio del Cervo Sacro (2017) e Alphs (2011), lo stesso macro-tema che si ramifica però in rappresentazioni e metafore diverse.

La regia di Lanthimos costruisce artisticamente la condizione dei protagonisti, concentrandosi non solo sui volti, ma sulle parti del corpo, sulle azioni, sugli oggetti, portando sullo schermo una sua personalissima visione della regia, che scavalca anche le tradizioni più accademiche senza cadere però in un eccesso di virtuosismo.

Il divieto di entrata in sala ai minori di diciotto anni è facilmente capibile da alcune scene che, senza entrare in dettagli da spoiler, si connotano in una specie di filosofia perversa; filosofia perversa e non tecnicamente perversione perché ciò che noi, facendo parte della struttura sociale in cui viviamo, definiamo perverso, è circoscritto nelle regole sociali della struttura in cui viviamo. Lanthimos sfida queste regole e ciò che i

protagonisti vivono non è perversione, o qualcosa di sbagliato o ai confini dei tabù, in quanto non sono considerati tali nella loro piccola società che si consuma tra le mura della casa dalla quale non escono mai.

Ma per quanto siano rigide e pragmatiche le regole imposta dal padre ai figli, ancora una volta il potere fallisce, facendo presagire un certo pensiero anarchico nella visione d’insieme, di un mondo che non potrà mai sottostare a un ordine schematico, in quanto l’uomo cercherà sempre di spingersi oltre ai confini del suo sapere, oltre ai confini della propria dimora. Questa falla del sistema è presentata dal personaggio di Christina, che proprio come un virus, entrerà nella vita della famiglia protagonista dalla porta principale, per rompere il potere dell’oppressione e portare alla situazione finale di caos e distruzione.

Contro: Il tipo di narrazione del film, metaforica ma anche esplicita, riesce nel suo intento di turbare lo spettatore ma perde di forza nel momento in cui deve farlo effettivamente ragionare sul discorso più metafisico. Le scene di forte violenza (non esclusivamente fisica, ma anche visiva) distraggono infatti dal contesto più simbolista, il tutto facilmente riconducibile alla metafora del cane, che passa in sottotono rispetto al resto della narrazione.

Verso metà del film infatti, il padre va dall’addestratore di cani per chiedere di far ritornare l’animale a casa, ma l’esperto cinofilo gli spiega che ancora non ha completato il suo allenamento. E allo stesso modo, i figli si ritrovano a fare il percorso del cane, tra cui letteralmente abbaiare, in una spietata lotta di sopravvivenza e obbedienza, per la quale però, sembrano non riescano mai a completare dopo la “contaminazione” del mondo esterno.

Recensione a cura di Linda Giulio

Grafica a cura di Giulia Federici

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