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Aftersun: melanconia di un tempo fugace

Charlotte Wells debutta alla regia sfornando uno dei capolavori degli ultimi anni, “Aftersun”, distribuito da MUBI, il film provoca verso lo spettatore un forte turbamento, ma anche tanta empatia, essendo così profondo da toccare tutti i sentimenti che un figlio/a possa vivere con il proprio padre, difatti questa è la vera trama di Aftersun, una relazione fatta di segreti, complicità e di un ricordo che rimarrà indelebile.

Paese: Gran Bretagna, USA

Anno: 2022

Durata: 96 min

Regista: Charlotte Wells

Sceneggiatura: Charlotte Wells

Produttore: Adele Romanski, Amy Jackson, Barry Jenkins, Mark Ceryak

Produttore esecutivo: Lia Buman, Lizzie Francke, Kieran Hannigan, Tim Headington, Alex Sutherland, Eva Yates

Casa di produzione: BBC Films, British Film Institute, Screen Scotland, Pastel Productions, Unified Theory, Tango Entertainment

Fotografia: Gregory Oke

Montaggio: Blair McClendon

Musiche: Oliver Coates

Scenografia: Billur Turan

Cast: Paul Mescal, Frankie Corio, Celia Rowlson-Hall, Kayleigh Coleman, Sally Messham, Ethan Smith, Ruby Thompson, Brooklyn Toulson

Genere: Drammatico


RECENSIONE


Aftersun è uno dei quei film nel quale lo spettatore si immerge totalmente nelle vite dei personaggi e convive con la loro confusione, con la memoria di una piccola bambina di undici anni Sophie, interpretata da una fantastica Frankie Corio, che tramite dei filmati estrapolati da una vecchia videocamera ci mostra uno dei momenti della sua vita che probabilmente ha segnato in modo da persistere nella sua mente per tanti e tanti anni, ovvero, la settimana in vacanza in Turchia con il padre Callum, da una sensibilità pazzesca offerta dall’interpretazione di Paul Mescal.

Da subito lo spettatore, stupito, potrebbe credere ad una relazione tra fratello e sorella, come infatti chiedono anche dei ragazzi durante una partita a carambola nelle giornate della vacanza. Verremo smentiti poco dopo, anzi, le informazioni ci vengono fornite di getto, a volte anche ripetute con insistenza, come se Charlotte Wells vorrebbe renderci partecipe delle vicissitudini vissute da Callum e arricchirci di sentimenti contrastanti che vive la piccola Sophie con la sola madre, essendo divorziata da Callum stesso.

La bellezza di Aftersun sta proprio nei momenti di pura quotidianità che vediamo tramite gli occhi dei due protagonisti, che non hanno mai avuto il loro tempo per raccontarsi e scoprirsi, sfrutteranno quella settimana proprio per conoscersi, per curiosare l’uno della vita dell’altro come quando all’inizio del film Sophie chiede al padre cosa pensava egli avesse fatto ad undici anni quando ne avrebbe avuti 130, età che gli attribuisci giocosamente. Le scene, anche volutamente lunghe, dei due che dormono l’uno accanto all’altro, i primi piani sulla schiena, idea di una dimensione di corpi che quasi si intrecciano, assumono una poetica sensazionale e inevitabilmente lo spettatore comincia a pensare alla propria esperienza personale con il proprio padre.




Sophie non vede l’ora di scoprire tutto ciò che vive il padre quando non sono assieme, anche se lei, implicitamente, lo sente comunque molto vicino, lo scopriamo da una delle frasi simbolo del film pronunciata da Sophie stessa: “E’ bello che condividiamo lo stesso cielo anche se non siamo tutti vicini”. Forse però lo stesso padre non vuole mostrare i propri problemi, i propri ostacoli che la vita gli butta davanti continuamente, tutti i suoi momenti di sfogo infatti avvengono quando i due protagonisti si ritrovano soli, questo perché il suo vero obiettivo in quella che doveva essere la “super vacanza” era renderla davvero tale, voleva fosse impressa nella memoria di Sophie, scoprendo anche la ragazzina che stava diventando, rendendola complice di piccole trasgressioni che la madre non le permetteva fare, facendosi raccontare dei suoi primi approcci all’amore compiuti proprio in quella vacanza.

Insomma, se da un lato vediamo una Sophie curiosa, intraprendente, che ha tanta voglia di affacciarsi al mondo della vita da adulti e di viversela a pieno, dall’altra parte abbiamo un uomo che forse è all’ultima spiaggia, deluso da tutto ciò che ha vissuto, che trova conforto in un tappeto orientale, in mosse di ballo che lo liberano da tutto, in una nuotata a tarda notte, ma quel peso che si porta dietro, probabilmente è ancor più grande.




La memoria, il tempo, in questo film sono la chiave narrativa; la storia, infatti, viene di continuo messa in pausa per mostrarci Callum che sembra divertirsi mentre balla in un night club, ma non capiamo mai a pieno cosa sta succedendo in quel luogo, ci chiediamo se ciò che vediamo sia reale, le luci che rimbalzano, il suono rimbombante ci disturbano, ma il senso di queste scene lo capiremo solo nel finale del film così forte, quanto angosciante.

Scena iconica del film, pre finale di esso, ci mostra quando Callum ne ha abbastanza di ballare da solo, invita Sophie, sotto le storiche note di “Under Pressure” dei Queen, a fargli compagnia, questo ballo, intervallato da immagini dell’abissale night club, di cui parlavamo prima, dove lo sfondo è completamente nero, lascia quasi spegnere il fuoco ardente di quella settimana o forse interamente di quella complicità, intuibile dai bellissimi versi della canzone in sottofondo: “This is our last dance… This is ourselves”.




Scopriamo, infine, che il montaggio che ci pareva così tanto confuso inizialmente non è altro che una metafora, un rimando alla mente di una Sophie ormai diventata grande, che vuol rivedere, utopicamente vorrebbe rivivere, la settimana vissuta col padre. E’ una Sophie la cui memoria è ormai ferma saldamente ad un momento, Charlotte Wells ci vuole raccontare come bisognerebbe apprezzare i singoli momenti, la quotidianità e come la memoria conviva e faccia convivere le persone con noi, sempre.

Personalmente, amo andare al cinema per potermi girare a fine proiezione e vedere gli occhi delle persone che comunicano col film, piangono e si emozionano con esso.




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