Valley of the Gods | Recensione, cast e trama

Nel mezzo di una crisi coniugale lo scrittore John Ecas raggiunge il Navajo Tribal Park della Monument Valley per trovare la concentrazione per scrivere il suo nuovo romanzo. Quel luogo è sacro per i nativi ed è stato messo nel mirino dal ricchissimo Wes Tauros che vuole trasformarlo in un'area mineraria per l'estrazione dell'uranio provocando la reazione negativa dei Navajos.

Anno:2021

Regia:Lech Majewski

Attori:John Malkovich, Josh Hartnett, Jaime Ray Newman, John Rhys-Davies, Bérénice Marlohe, Keir Dullea, Tokala Black Elk, Saginaw Grant, Joseph Runningfox

Paese:Polonia, Lussemburgo

Durata:126 min

Distribuzione:CG Entertainment in collaborazione con Lo Scrittoio

Sceneggiatura:Lech Majewski

Fotografia:Lech Majewski, Pawel Tybora

Montaggio:Eliot Ems, Norbert Rudzik

Musiche:Jan A.P. Kaczmarek

Produzione:Royal Road Entertainment, Angelus Silesius

 

Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 03 giugno 2021

Voto: 7.5/10

Genere📽: drammatico

Pro🔝: in un futuro prossimo non meglio delineato l’uranio ha soppiantato il petrolio come fonte di energia primaria e Wes Tauros, magnate con alle spalle un terribile trauma, è stato il primo ad investirci diventando l’uomo più ricco del mondo. La sua prossima trivellazione ha come obiettivo la cosiddetta Valley of the gods, un deserto abitato ancora dalla tribù navajo che intrattiene con quella terra un legame viscerale. Nel frattempo, uno scrittore in piena crisi esistenziale viene invitato nella villa di Tauros per scrivere di lui. Questa la trama del riuscito prodotto di Lech Majewski, regista polacco famoso per il suo cinema d’autore che fa del dialogo con altre forme d’arte il suo fulcro. La contaminazione riguarda in questo caso la scrittura (lo stesso Majewski è romanziere) e l’arte. Se nelle pellicole precedenti i quadri diventano veri e propri protagonisti, in Valley of the gods la pittura la si sente nella spettacolarità delle inquadrature. Ogni frame di questo film ha delle quinte, dei significati ulteriori che si schiudono solo quando l’occhio dello spettatore cerca di indagare le pieghe delle pennellate che precise ed ispirate colorano lo schermo. L’arte di Majewski è funzionale anche ad esaltare la potenza di alcune scene fortemente simboliche che provocano un voluto effetto di straniamento. Tra queste sicuramente da evidenziare sono tutte quelle immagini che vogliono mostrare la tradizione navajo e quanto questo popolo sia legati alla sua terra, ancora una volta minacciato dalla speculazione dei bianchi invasori. Da lodare anche la profondità della sceneggiatura, capace di penetrare nel profondo i dilemmi che affliggono i personaggi, tutti ben interpretati dai rispettivi attori. Anche la figura di Karen (Berenice Marlohe), riesce ad essere sorprendentemente efficace considerato il poco minutaggio a lei riservato.

Contro❌: dove il film del regista polacco mostra il fianco è la rappresentazione del contesto fantascientifico in cui si svolgono gli eventi. La città futuristica di Tauros viene mostrata solo nella fase iniziale. La sfarzosa villa in cui vive l’imprenditore è metafora del vuoto della sua anima ma non aiuta a definire il contesto, tutto ciò che gira attorno ai personaggi, riducendosi a mero controaltare degli spazi aperti e poveri in cui vivono le tribù navajo. Anche il ritmo della narrazione va a scemare proprio quando gli eventi e le storie dei personaggi sembrano intrecciarsi per culminare nel momento finale. Aldilà di questi difetti, l’intento da parte di Majewski di criticare il cinema massificato ed omologato è evidente e non si può dire che non abbia colpito nel segno. Il modo in cui questo gancio all’industria è stato portato a segno è da lodare per profondità di significati ed estro del suo visionario regista.

Recensione a cura di Matteo Angelica



0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Voto del pubblico: 

Dì anche la tuaNon mi piaceCosì cosìPiacevoleFantasticoCapolavoroDì anche la tua