Una storia del cinema dimenticata: le donne e la regia

La differenza di genere esiste ancora, nel 2020, e se pensi che non sia così è opportuno che tu legga una qualsiasi analisi dei dati raccolti negli ultimi.

Per quanto il mondo del cinema ci possa apparire come una macchina onirica fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, non è esente dal pesante divario tra uomo e donna.


Al di là del fattore economico, secondo cui le donne attrici sono pagate nettamente meno rispetto ai colleghi maschi (anche qui, dati alla mano), negli ultimi anni si è spesso spostata l’attenzione anche su un aspetto più sociale e meritocratico, basta pensare al movimento Me Too o alla più recente denuncia nei confronti dell’Academy per aver snobbato alcuni validissimi lavori di regia femminile. In quanto non abbiamo la presunzione di parlare di politica o l’accuratezza di riportare dati economici e

statiche di reddito, tratteremo qui di un argomento che forse spesso viene etichettato come “sociale” o “di poca valenza”, ci addentreremo in una storia del cinema troppo spesso dimenticata, quella che collega la nobile arte della regia, alla nobile anima femminile. Come ogni storia che si rispetti, è doveroso iniziare dal principio, il nostro principio prende il nome di Elvira Notari. Classe 1875, Elvira si aggiudica il titolo di prima donna regista cinematografica italiana, ma per quanto questo risulti quasi un titolo reale, è perfino riduttorio. Insieme al marito apre la casa di produzione cinematografica Film Dora, che seppur osteggiata in Italia (non siamo poi così sorpresi) troverà successo all’estero, soprattutto in America.

Non contenta, qualche anno più tardi apre anche una scuola d’arte cinematografica, in cui la recitazione è insegnata come un’arte più naturale, spogliata dall’eccessivo pathos e teatralismo – metodo recitativo tanto caro a quella che sarà la scuola neorealista italiana. Malgrado gli innumerevoli successi come regista e produttrice, Elvira si dovette scontrare con il regime fascista che imponeva pesanti censure e che aggravava il peso della società patriarcale del tempo, ma Elvira non ci sta e decide di non sottostare a queste regole, e si ribella con l’unica arma che possiede: il cinema. Le eroine dei suoi film sono anarchiche, folli e insofferenti alle norme di una società sessista.

La produzione della signora Notari, dal 1906 al 1926, conta oltre sessanta lungometraggi e un centinaio di documentari.

Con 135 pellicole dirette dal 1911 e il 1934, Loris Weber si aggiudica il secondo capitolo della nostra storia. Una delle prime donne registe del cinema muto, e anche produttrice e attrice. Tra i suoi lavori più famosi si segnalano A Heroine of ’76, The Eye of God e To Please One Woman.

Molto spesso nel mondo dell’arte sentiamo la parola “Avanguardia” ma avete mai sentito parlare di “Avanguardia femminista?” No? Eppure, esiste e la fondatrice è Chantal Akerman, nata a Bruxelles nel 1950, fortemente influenzata dagli sperimentalismi del cinema americano di quei tempi, nel 1974 girò il suo primo lungometraggio Je, tu, il, elle di cui si ricorda il metodo di distacco in cui vengono mostrare le scene di sesso esplicito, metodo (ancora oggi utilizzato) che permette l’eliminazione di ogni connotazione

pornografica.

Sempre tra le stelle belghe troviamo la favolosa Agnès Varda, scomparsa lo scorso anno, ma che dietro di lei ha lasciato un’enorme eredità artistica, tra cui il documentario premio oscar Visages Village e il lungometraggio Senza Tetto né legge.

Lasciamo ora il Belgio per tornare nel nostro bel paese, dove troviamo la prima donna a essere stata candidata all’Oscar come miglior regista: Lina Wertmüller. Premio che la regista romana non si aggiudicò, ma ricevette comunque il suo meritatissimo Oscar onorario nel 2010. Oltre alla nomination per miglior regia, Lina lo stesso anno riceve altre tre nomination per il suo film Pasqualino Settebellezze tra cui quella per miglior film straniero e miglior sceneggiatura originale.

Continuando con la scia dei record, è la neozelandese Jane Campion la prima e unica donna ad aver vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes, per il suo film Lezioni di piano (1993), uno dei suoi film più noti, che le fece guadagnare anche la statuetta come Miglior Sceneggiatura Originale.

Per quel che riguarda registe più vicine ai nostri anni, è doveroso citare Sofia Coppola, che malgrado il pesante cognome con cui deve presentarsi, ci ha regalato pellicole notevoli come Il Giardino delle Vergini Suicide e il preziosissimo Lost in Translation che la rese, nel 2004, la prima donna americana a essere nominata all’oscar per la Miglior Regia (che sfortunatamente non vinse, ma quello stesso anno si aggiudicò

la statuetta per la Miglior Sceneggiatura Originale).

E ancora Kathryn Bigelow, prima donna ad aver – finalmente- vinto l’Oscar per la Miglior Regia per il film The Hurt Locker e che nel 2012 ci ha regalato Zero Dark Thirty, pellicola molto discussa e acclamata dalla critica.


(una scena tratta da The Hurt Locker)


Di donne registe ce ne sarebbero ancora e chissà quante ancora ne verranno, solo quest’anno abbiamo avuto tre film eccezionali diretti da donne, sto parlando di Piccole Donne di Greta Gerwing, lo snobbatissimo Farewell di Lulu Wang e il piccolo capolavoro che è Ritratto della giovane in fiamme di Cèline Sciamma. Tre titoli validissimi, tre lavori registici ottimi, tre lungometraggi snobbati dalla critica e dai vari awards.

Ma per lo meno, il pubblico ha potuto goderne nella distribuzione, più o meno vasta, e guardando le prossime uscite abbiamo il nuovo film Marvel Black Widow diretto da Cate Shortland e giusto qualche mese fa abbiamo visto una produzione totalmente al femminile per il film della DC Comics Birds of Prey.

Speriamo quindi di poter aggiungere ancora tanti altri nomi a questa storia, che ci auguriamo sia ora un po’ meno dimenticata.

Articolo a cura di Linda Giulio

Grafica a cura di Giulia Federici

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