Sweet Girl | Recensione del nuovo film Netflix con Jason Momoa

Aggiornamento: 29 ago 2021

Sweet Girl è il nuovo film originale Netflix, disponibile sulla piattaforma dal 20 agosto 2021. La storia narrata riguarda Ray Cooper, un uomo che dopo aver perso la moglie a causa di un cancro, si mette, insieme alla figlia, alla ricerca della verità su una causa farmaceutica sospetta di aver ritirato dal mercato un farmaco potenzialmente salvavita per la signora Cooper. La sua ostinazione metterà in moto meccanismi di potere più grandi di lui e il suo unico obiettivo diventerà presto quello di proteggere la piccola Rachel.

Genere: Azione, Drammatico, Thriller

Anno: 2021

Regia: Brian Andrew Mendoza

Attori: Jason Momoa, Isabela Merced, Manuel Garcia-Rulfo, Raza Jaffrey, Adria Arjona, Justin Bartha, LexScott Davis, Michael Raymond-James, Dominic Fumusa, Brian Howe, Nelson Franklin, Reggie Lee, Marisa Tomei, Jake Allyn

Paese: USA

Durata: 96 min

Distribuzione: Netflix

Sceneggiatura: Philip Eisner, Gregg Hurwitz, Will Staples

Fotografia: Barry Ackroyd

Montaggio: Brad Besser, Matt Chesse

Musiche: Steven Price

Produzione: ASAP Entertainment, Pride of Gypsies

 

Recensione:

Data d’uscita in Italia: 20 agosto 2021

Voto: 5

La storia di questo nuovo film interpretato da Jason Momoa è chiaramente quella di un comunissimo revenge movie che non riesce a diventare, durante la sua ora e mezza abbondante di durata, qualcosa di più di un film d’azione di serie B. Non si può dire però che un timido tentativo non sia stato fatto. La scelta più importante in questo senso è la chiara volontà della sceneggiatura di mostrarci la reinterpretazione di un trauma da parte di chi resta: quanto del passato eliminiamo e quanto diventa traccia residuale di ciò che reputavamo morto e sepolto?

“Ci sono ricordi che ci plasmano, ci trasformano in quello che siamo. Un mosaico di immagini e sentimenti che ci svela la verità su come siamo arrivati qui, anche se i dettagli si confondono col tempo”. Queste le parole con cui significativamente si apre la pellicola. La sfuggente voce narrante che le pronuncia sembra essere Ray che dal futuro ricorda un passato felice. Soprattutto Rachel però compie spesso l’azione di ricordare e per farlo si circonda di oggetti a lei cari come il coniglietto che le regalò la madre prima di morire. Il twist finale vuole proprio conferire valore, in una struttura circolare, al meccanismo della rimembranza che si attiva in seguito ad un trauma.

Un’indagine psicologica di questo tipo non è da dare per scontata, soprattutto in un film d’azione.

Purtroppo, la componente action del film lascia a desiderare sotto molti punti di vista. Innanzitutto, è evidente che dal punto di vista tecnico le riprese si siano rifiutate di adottare l’ormai standard piano sequenza che ha fatto le fortune di film come John Wick e Tyler Rake,per privilegiare invece frequenti stacchi e movimenti di macchina scattosi che non permettono una comprensione chiara di ciò che accade su schermo. Il problema si ripresenta anche nello scontro finale, che aveva tutte le premesse per essere, almeno dal punto di vista tecnico, ben più spettacolare. Spesso, inoltre, le scene già poco curate dal punto di vista tecnico, vengono rovinate ulteriormente da cliché tipici del genere action.

La prova attoriale di Jason Momoa non è delle più memorabili ma i momenti drammatici riescono comunque ad offrire un buon quantitativo di pathos allo spettatore.

Dove il film floppa maggiormente è sicuramente la sceneggiatura che sembra solo voler trattare argomenti spinosi come la questione dell’assistenza sanitaria in America e il clientelismo dell’alta politica ma poi se ne dimentica per lasciare spazio ad una caccia all’uomo già vista e noiosa. Incomprensibilmente poi, poco spazio viene dedicato a chi fosse la moglie di Ray e al passato di quest’ultimo. Conoscere poco dei personaggi di cui si seguono le vicende può determinare un mancato legame emotivo tra lo spettatore e loro ed è proprio questo che accade in Sweet Girl. Il rapporto padre-figlia è troppo altalenante e discontinuo per poter riempire questa mancanza. La conseguenza più diretta è una perdita d’efficacia del twist attorno a cui ruota il film, utile solo per suscitare una passeggera esclamazione di stupore.

Se la pellicola diretta da Mendoza si fosse concentrata più sull’inchiesta che sui combattimenti e gli inseguimenti staremmo parlando di un prodotto gradevole con un’idea interessante che non svanisce nel nulla dopo venti minuti. Si salva in parte Momoa e la connessione stabilità tra inizio e fine dal meccanismo del ricordo.

• • Recensione a cura di Matteo Angelica

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