Mank | Recensione, cast e trama

Il film racconta la storia dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, interpretato da Gary Oldman, e della lavorazione di Quarto potere diretto da Orson Welles, ripercorrendo la genesi del film raccontando la Hollywood degli anni 30 attraverso gli occhi e la graffiante ironia di Mankiewicz.



Anno:2020

Regia:David Fincher

Attori:Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Arliss Howard, Tom Pelphrey, Sam Troughton, Tuppence Middleton, Tom Burke, Joseph Cross, Ferdinand Kingsley, Jamie McShane, Toby Leonard Moore, Monika Gossmann, Charles Dance

Paese:USA

Durata:131 min

Distribuzione:Netflix

Sceneggiatura:Jack Fincher

Fotografia:Erik Messerschmidt

Montaggio:Kirk Baxter

Musiche:Trent Reznor, Atticus Ross


Recensione

Data di uscita in Italia 🗓️: 13 novembre 2020

Voto: 8,5/10

Genere📽: drammatico, biografico

Pro🔝: Dopo sei anni dal suo ultimo lavoro cinematografico David Fincher dirige Mank, dramma biografico su Herman J. Mankiewicz alle prese con la scrittura del capolavoro Quarto Potere. Un film che parla di cinema, che a sua volta parla di un film, e non uno qualsiasi. Una meta narrazione raffinata e minuziosamente realizzata dalla mente di Jack Fincher, sceneggiatore e padre del regista, che non riuscirà mai a vedere il film completo per via della malattia che l’ha fatto spegnere pochi mesi prima della fine della produzione. C’è qualcosa di incredibilmente sentimentale nella regia di Fincher sulla sceneggiatura del padre, una sorta di velato riconoscimento e una sincera dedica a un’epoca che oramai è ben lontana da noi ma che sotto certi aspetti, per lo più politici e meccanismi sociali, sembra incredibilmente vicino. Ancora una volta quindi entra in gioco la doppia narrazione, una lettera d’amore e ammirazione di Jack Fincher per quel personaggio di un’epoca non così lontana dalla sua e un’altra lettera, scritta in un lessico più vicino a quello dei nostri giorni realizzata da David, prima a suo padre e poi al cinema.

Ma è bene non farsi ingannare da questa filosofia sentimentalista perché il cuore di Mank è rappresentato dalla corruzione di questo sogno cinematografico hollywoodiano degli anni ‘30\’40, corruzione che inevitabilmente miete vittime nel suo avanzamento e conduce perfino il nostro eroe protagonista a uscirne devastato nel corpo. Un’America che si propone come un piccolo paradiso per aspiranti milionari ma che nelle radici si alimenta di materialismo e denaro, proprio come ci aveva insegnato Quarto Potere nel 1941.

La regia di Fincher riesce a sostenere i ritmi frenetici e spezzati della narrazione, usando sapientemente movimenti di camera continui e ad allontanamento e avvicinamento, lasciando sfumare la maggior parte delle scene, come se fossero effettivamente un ricordo che si interrompe e non una scena che si accinge ad essere conclusa e montata; inquadrature e intreccio narrativo che per altro coincidono con quelle di utilizzante da Orson Welles. L’aspetto nostalgico non è solo regalato dai continui rimandi al film di riferimento ma anche all’azzeccatissima scelta di girare in bianco e nero, con sonoro e bruciature della pellicola tipiche di quell’epoca, come se film fosse girato all’inizio degli anni ’40 o giù di lì, e fosse venuto a noi grazie a qualche scoperta in una vecchia collezione di film perduti. Notevole e ammirevole lo scompartimento dei costumi e del make up e la sognante fotografica che contribuiscono a quanto detto poco prima.

E infine, ma non di certo per importanza, non si può non citare la magnifica performance di Gary Oldman nei panni del protagonista, capace di catalizzare l’attenzione per oltre due ore; con un incredibile charm e carisma perfino da ubriaco perso. Sorprendente anche Amanda Seyfried, nei panni dell’attrice Marion Davies.

Contro❌: Il difficile intreccio temporale, i lunghi dialoghi politici e le scelte stilistiche in citazione a Quarto Potere però possono non incontrare il favore del pubblico, è facile infatti che la narrazione ne esca, per qualcuno, troppo appesantita e inevitabilmente confusa. Con la speranza che questa confusione si tramuti in curiosità verso il vero primo capolavoro del cinema e che induca anche lo spettatore medio a recuperare questa colonna portante del cinema, che è per l’appunto Quarto Potere.

Recensione a cura di Linda Giulio

Grafiche a cura di Giulia Federici

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