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L'attimo fuggente | Recensione

Un insegnante di un liceo per classi abbienti del New England utilizza metodi non convenzionali per esortare i suoi studenti, sotto pressione dai genitori e dalla scuola, alla libertà e creatività.


Anno:1989 Regia:Peter Weir Attori:Robin Williams, Robert Sean Leonard, Ethan Hawke, Josh Charles, Gale Hansen, Dylan Kussman, Allelon Ruggiero, James Waterston, Norman Lloyd, Kurtwood Smith Paese:USA Durata:129 min Distribuzione:Warner Bros Italia (1989) - Touchstone Home Video Sceneggiatura:Tom Schulman Fotografia:John Seale Montaggio:William M. Anderson Musiche:Maurice Jarre Produzione:Steven Haft


Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 29 settembre 1989

Voto: 9/10

Genere📽: Drammatico

Pro🔝: Succhiare il midollo stesso della vita fino a consumarlo, questa è la base poetica e retorica della pellicola, cogliere il fiore oggi perché domani sarà già appassito. Il film cerca di spogliarsi di ogni virtuosismo tecnico non necessario per far cogliere allo spettatore questo preciso messaggio. Grazie ai dialoghi brillanti e saggiamente costruiti, lo spettatore diventa anch’esso studente e si ribella anche lui pian piano alla rigida educazione del collegio, e trova un po’ di giovinezza nella giovinezza dei protagonisti, qualcosa dentro di lui si smuove e l’empatia è il regalo più bello che un film possa regalare. Nel corso della narrazione vediamo un forte gioco di dualismo: il rigido sistema educativo in cui subentra, quasi con violenza, il romanticismo euforico del professor Keating da una parte, e la compostezza richiesta ai protagonisti, che fa a pugni con la loro voglia di ribellarsi, dall’altra. La lezione sulla viscerale bellezza della vita entra nel corpo dei giovani alunni e diventa motore intrinseco delle loro azioni, vediamo quindi una sorta di protagonista invisibile nel film, che viene citata innumerevoli volte nel corso della narrazione ma che rimane sospesa nell’aria. La sua unica apparizione quasi fisica è la setta dei poeti estinti che unisce le menti e le passioni dei ragazzi e li sprona ad affrontare la vita e a prendersela tutta. Vediamo diversi aspetti dell’interpretazione della liberazione poetica come liberazione dell’animo: abbiamo la storyline di Knox, dove viene sottolineata il rapporto poesia – amore, quella del timido Todd che invece si basa sulla linea dell’arte come strumento di scoperta di sé stessi e infine le vicende di Neil che perfettamente racchiudono il concetto di arte e bellezza come liberazione, e la sottile differenza che vi è tra la vita, l’esasperata ricerca di essa e la morte. Tra citazioni poetiche e discorsi che oramai sono diventati forse più cult del film stesso, è facile individuare nella meravigliosa sceneggiatura il cuore pulsante del film. Il compianto Robin Williams regala l’ennesima performance brillante e convincente, in un personaggio che segue la linea delle sue più celebri interpretazioni e che, nei panni di un uomo che ama alla follia il suo lavoro, sembra più che credibile che mai; forse l’effetto empatico di apprendimento delle sue lezioni è anche dovuto al fatto che, per chi è cresciuto con i suoi film, le parole assumono una connotazione più veritiera e quasi paterna. Il resto del cast, allora semi sconosciuti, regge bene il confronto con il mostro sacro che è Williams e rendono bene il valore della giovinezza innocente e poi dell’innocenza perduta, in particolare Robert Sean Leonard e Ethan Hawke. Menzione d’onore anche alle musiche, perfette cornici delle vicende, curate da Maurice Jarre che proprio grazie all’Attimo Fuggente vinse l’oscar; anche Tom Schulman, per il suo eccelso lavoro di sceneggiatura, vinse la statuetta lo stesso anno.

Contro❌: Al di là della sceneggiatura, gli altri aspetti tecnici del film mantengono un livello accademico, senza virtuosismi o spunti eccezionali; c’è anche da considerare però, che molto probabilmente l’intrusione eccessiva di qualche artificio di macchina o sulla fotografia, per esempio, avrebbero distratto lo spettatore dal centro focale della storia, causandone la perdizione all’interno della pellicola. Allo stesso modo quindi, le tecniche “base” utilizzate hanno proprio lo scopo di far concentrare chi vede sull’essenza della storia, senza distrarlo con altro, e in questo il film ci riesce perfettamente, lasciando come protagonista la storia con i suoi dovuti insegnamenti che, come già sottolineato, una volta entrati nello spettatore, sono l’eredità più rara e preziosa che un film possa lasciare.

Recensione a cura di Linda Giulio

Grafica a cura di Giulia Federici

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