Io e Annie | Recensione

Un noto commediografo newyorkese e una ragazza con aspirazioni artistiche s'innnamorano e condividono le proprie nevrosi.



Anno:1977

Regia:Woody Allen

Attori:Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon, Shelley Duvall, Christopher Walken, Janet Margolin, Colleen Dewhurst, Donald Symington, Helen Ludlam, Mordecai Lawner, Joan Neuman, Jonathan Munk, Ruth Volner, Martin Rosenblatt, Hy Anzell, Rashel Novikoff, Christine Jones, Mary Boylan, Wendy Girard, Jeff Goldblum, Sigourney Weaver

Paese:USA

Durata:93 min

Distribuzione:UNITED ARTISTS

Sceneggiatura:Woody Allen, Marshall Brickman

Fotografia:Gordon Willis

Montaggio:Wendy Greene Bricmont, Ralph Rosenblum

Produzione:ROLLINS-JOFFE PRODUCTIONS


Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 20 agosto 1977

Voto: 9/10

Genere📽: commedia,sentimentale

Pro🔝: Il monologo iniziale ci mostra un comico di mezza età, Alvy Singer, pronto a stendersi comodamente sul lettino per farsi psicoanalizzare da noi spettatori. Citando Graucho Marx (o Freud) dichiara che, «Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me» sarebbe la frase più adatta per descrivere la sua vita da adulto e il suo rapporto con il mondo femminile; con ormai due matrimoni alle spalle, non può fare a meno di innamorarsi della giovane e bella Annie Hall ma purtroppo la storia non avrà un lieto fine e Alvy è qui, davanti la telecamera, per cercare di darsi delle risposte smascherando tutte le sue più recondite debolezze. Nel 1977, anno di uscita nelle sale di Io e Annie (Annie Hall), Woody Allen non era ancora il regista acclamato da critica e pubblico che conosciamo oggi. Sarà questo film a segnare per lui la svolta: da promettente sceneggiatore e regista ancora non del tutto consacrato a vincitore dell’Oscar alla migliore regia e alla migliore sceneggiatura originale nel 1978. Ciò significava che il minuto ed ipocondriaco ebreo di Brooklyn aveva compiuto il sogno americano, portando finalmente alla ribalta la scena newyorkese e un nuovo modo di fare commedia. Il successo diventa ancora più importante se si considera la dose di coraggio messa in gioco da Woody Allen nella produzione di questa pellicola. Decide di puntare i riflettori della storia su sé stesso tramite il suo alter-ego, Alvy Singer. La componente autobiografica non può essere trascurata nel processo interpretativo della pellicola perché le psicosi del protagonista sono quelli di Woody, i problemi di coppia di Alvye e Annie, sono quelle di Woody e Diane Keaton. Insomma, Io e Annie è una sceneggiatura solo parzialmente originale: è la storia del suo creatore, uno spaccato su speranze e paure che, proprio perché più reali che mai, riescono facilmente a trovare posto nel cuore dello spettatore che le fa sue tra un’amara risata e un’altra. Altra scelta azzardata: l’intreccio. Negli anni settanta il processo di emancipazione dalla narrativa lineare e semplice di stampo hollywoodiano non era ancora stata superata del tutto, le storie dovevano essere raccontate seguendo certi canoni, rispettando la consecutio temporum, per garantire la più completa immedesimazione dello spettatore. Queste regole vengono consapevolmente abbattute da Allen, sinistrorso newyorkese, convinto che stavolta non andava raccontata una storia ma, più che altro, una percezione individuale di essa e tutte le sue conseguenze. Per consentire ciò il regista adotta una tecnica simile a quella utilizzata da Italo Svevo, il dottor S, con il suo Zeno Cosini: «Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero». In questo caso, il flusso dei ricordi, le associazioni che si instaurano tra essi, sono più importanti della regolare sequenza degli eventi, perché funzionali a ricostruire un’unità ormai compromessa, o almeno questa è la speranza del regista/protagonista. È vero, si parla di esistenzialismo, di cuori infranti e di crisi di mezz’età ma la pesantezza che potrebbe affiorare da queste tematiche è sapientemente stemperata da una sceneggiatura geniale, piena zeppa di battute brillanti, diverse da quelle che lo stesso Allan definì «anarchiche e demenziali» dei suoi film precedenti, che conferiscono al tutto una nota di dolcezza e speranza. Aveva finalmente dimostrato di poter cambiare rimanendo sé stesso, rigettando il lato più buffonesco della sua comicità e abbracciando invece un più sottile umorismo.

• Contro❌: l’unico anello debole è rappresentato da alcune battute troppo legate all’immaginario hiddish e psicanalitico, già sdoganate nei romanzi di Roth ma davvero difficili da comprendere se non si condividono quegli orizzonti. La loro presenza è però abbastanza limitata e i momenti capaci di suscitare una sana risata non mancano affatto. Il film, però, rivelerà il suo massimo potenziale solo una volta accettato il patto psicanalitico dell’incipit e solo una volta compreso che, forse, anche in un mondo in cui le cose non vanno sempre come vorremmo, vale la pena vivere a pieno ogni secondo se ci resta la dolce e rassicurante possibilità di ritrovare quel tempo ormai perduto.

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