Il buco | Recensione

Un uomo, Goreng (Iván Massagué), si risveglia in una prigione verticale. Sopra e sotto di lui livelli interminabili. I prigionieri vengono nutriti grazie a una piattaforma che procede di livello in livello, sulla quale è imbastito un enorme banchetto. Se tutti i carcerati prendessero solo quanto basta a sopravvivere, ci sarebbe abbastanza cibo per tutti. Ma non è così, ovviamente: chi sta in cima si ingozza, chi sta sotto muore di fame, e chi sta nel mezzo vivacchia.



Regista: Galder Gaztelu-Urrutia

Candidature: Premio Goya per il miglior regista esordiente

Premi: Premio Goya per i migliori effetti speciali, Gaudí Award for Best Visual Effects

Sceneggiatura: David Desola, Pedro Rivero

Cast: Iván Massagué: Goreng; Zorion Eguileor: Trimagasi; Antonia San Juan: Imoguiri; Emilio Buale Coka: Baharat; Alexandra Masangkay: Miharu; Zihara Llana: Mali


Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 20 marzo 2020

Voto: 6-/10

Genere📽: horror

Pro🔝: Tra i film più visti del momento sulla piattaforma streaming Netlfix, Il Buco è un film horror spagnolo diretto da Galder Gaztelu-Urrutia. Fin dai primi minuti si può notare una certa somiglianza, che però si limita al contesto sociale e parzialmente narrativo, al film Snowpiercer diretto da Bong Joon-ho. Questa volta però, la distribuzione gerarchica non si divide in ricchi\poveri e non si distribuisce orizzontalmente sulla struttura del treno (come nel sopraccitato film del regista premio oscar) ma piuttosto verticalmente: la pellicola spagnola è infatti ambientata in una prigione verticale in cui i detenuti, due per piano, devono scontare una pena, cambiando livello ogni mese. L’oggetto del desiderio, ciò che rappresenta la distinzione “sociale” ovvero ciò che distingue i più fortunati dai meno sfortunati è il cibo, viene infatti calata una piattaforma contente un abbondante banchetto, ma coloro che risiedono a un piano più basso difficilmente potranno ricevere qualcosa, portando anche a digiuni e cannibalismi. Iván Massagué, che interpreta il protagonista, regala una buona interpretazione, immortalando i vari stati d’animo del protagonista che variano dalla curiosità alla follia. L’idea alla base del film, fa riflettere sulla condizione che tutti noi oggi stiamo vivendo; una parità sociale insolita che non fa distinzioni tra ricchi e poveri, vecchi e giovani ma che ci piega all’inesorabile avanzamento dell’egoismo umano, che di fronte all’abbondanza (in questo caso di cibo) non si fa scrupoli a riempirsi la pancia, anche con la consapevolezza di uccidere – con la propria ingordigia – altre persone. L’istinto animale prende il sopravvento su quello umano, basato sulla compassione, e la pellicola riesce a confezionare alla perfezione questo aspetto umano\animalesco, mettendo in scena momenti di alleanza alternati da momenti di efferata violenza, con tanto di scene splatter. Malgrado l’aspetto tecnico rimanga su un livello accademico, senza particolari virtuosismi di regia o fotografia, interessante e d’effetto le scene in cui i volti dei primi due compagni di livello di Goreng si vanno quasi a fondere tra loro, prendendo uno le sembianze dell’altra, illuminati dalla disturbante luce rosse che simboleggia l’orario notturno ma che rimanda anche al colore del sangue. Una nota positiva anche per la scenografia, che nella sua semplicità, riesce a donare quel senso di claustrofobia e prigionia degli ambienti circostanti.

• Contro❌: La narrazione viene arricchita di simbolismo continui: vediamo la metafora del Don Chisciotte, libro portato da Goreng; riferimenti biblici e personificazione del Messia e perfino un dichiarato – dai personaggi stessi – messaggio, che deve essere portato non si sa dove, non si sa a chi, non si sa perché. Per quanto i simboli tendono a rende un film, solitamente più interessante e allegorico, in questo caso eccedono. Al di là della poca chiarezza e spiegazione, si può vedere una certa frettolosità nell’aggiungere ulteriori significati alle cose, così come una poca profondità dei personaggi secondari, forse dovuti ai tempi ristretti della pellicola, che ricordiamo dura solo poco più che un’ora e mezza. Per quanto il soggetto di partenza fosse di certo interessante, lo sviluppo è mediocre in quanto confuso e frettoloso. Non abbiamo neanche nessun approfondimento sulla storyline principale, ovvero quella del protagonista: esattamente come all’inizio della pellicola, anche alla fine di essa non sappiamo chi sia, cosa ci faccia lì e perché sia voluto entrare volontariamente in una prigione verticale, sapendo benissimo a cosa andasse in contro. Perfino l’epilogo stesso è confuso e non si può definire un finale aperto, in quanto sarebbe stato tale, solo se ne fosse stato piegato il contesto narrativo.

Recensione a cura di Linda Giulio

Grafica a cura di Giulia Federici

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