I am not ok with this | Recensione

Sydney, «una noiosa diciassettenne bianca», come lei stessa si definisce, frequenta il liceo e si barcamena tra le sfide e le tribolazioni dello studio, della famiglia e del sesso.



Ideatore: Jonathan Entwistle, Christy Hall

Attori:Sophia Lillis, Wyatt Oleff, Sofia Bryant, Kathleen Rose Perkins, Aidan Wojtak-Hissong, Richard Ellis

Anno:2020

Paese:USA

Produzione:21 Laps Entertainment

Durata:20 min

Stato:Conclusa


Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 26 febbraio 2020

Voto: 8/10

Genere📽: commedia

Pro🔝: Come la maggior parte degli adolescenti, Sidney Novak non è okay con molto di ciò che la circonda: non è okay con il recente suicidio del padre e non è okay con la madre, troppo impegnata al lavoro per preoccuparsi di affrontare il lutto e badare al piccolo Liam; non è okay con i soliti bulletti a scuola e in particolare con uno di loro, Bradley, il ragazzo che minaccia di rubarle le attenzioni della sola e unica amica che riesca a farla sorridere, Dina; non è okay con la sua confusa sessualità e tutti i problemi che l’adolescenza comporta; non è okay con il senso di rabbia che sente crescere dentro di lei per tutto questo. L’insieme di questi problemi la porta a scoprire dentro di sé dei potenti poteri psichici che si manifestano quando la rabbia raggiunge l’apice. Lo strano vicino di casa, Stanley (Wyatt Oleff) sarà l’unica figura in cui la ragazza potrà sempre contare per risolvere i problemi che animano i setti episodi della serie.

La durata di ognuno di questi si aggira attorno ai venti minuti, tempistica già adottata e collaudata dal regista Jonathan Entwistle in The end of the fu***ing world. In entrambi i casi il risultato è più che ottimo perché i tempi morti sono quasi ridotti all’osso, l’azione è fluida e godibile permettendo così allo spettatore di lasciarsi catturare facilmente da ciò che accade su schermo.

La colonna sonora abbraccia un ampio spettro di generi, dal jazz all’indie rock e al pop anni ’80, accompagnando con precisione il mood dei personaggi. La cura a questo comparto della produzione è testimoniata dal fatto che Netflix ha creato un gruppo rock, i Bloodwitch, apposta per realizzare la colonna sonora della serie. Nota positiva della produzione la recitazione della protagonista Sophia Lillis, già bambina prodigio nel primo capitolo di It, capace di molte espressioni tutte diverse tra loro e tutte

estremamente convincenti.

Anche l’atmosfera è particolarmente riuscita: i frequenti campi lunghi ci permettono di apprezzare una città semi deserta, caratterizzata da luoghi abbandonati, ampie foreste ai lati della strada e colori freddi a dipingere paesaggi che rappresentano l’estensione naturale della solitudine interiore di Sidney.

Come in The end of the fu***ing world la narrazione è affidata alla voce fuori campo della protagonista che ci lascia entrare, non senza qualche riserva iniziale, tra le righe del suo tormentato diario. Una scelta di sicuro non originale ma che assicura al racconto linearità e coerenza, caratteristiche base di una serie così veloce. È anche grazie al diario e alla sua voce in grado di commentare “in tempo reale” ciò che accade davanti ai nostri occhi che riusciamo a provare empatia per le vicende di Sidney. La sua storia potrebbe

essere quella di qualsiasi adolescente in difficoltà al liceo; i poteri non sembrano mai essere qualcosa di sovrannaturale bensì una metafora della difficoltà che i ragazzi trovano nella gestione di problemi più reali che mai come il bullismo, la sessualità e la perdita delle persone care. Il realismo con cui questi temi vengono trattati è la caratteristica che riesce a conferire originalità ad una serie di cui, altrimenti, non avremmo avuto particolare bisogno.

Contro❌: Dicevamo del diario e di tutti i lati positivi che questa scelta ha avuto

nell’economia del racconto, purtroppo però, è proprio dalla tecnica del diario che proviene una delle poche note negative della serie: il diario di un’adolescente deve essere estremo, calibrato sull’umore di chi scrive ed è solo da questo punto di vista che a noi è permesso fare la conoscenza dei personaggi secondari, capaci di parlare solo da una prospettiva Sidney- centrica.

Si poteva fare di meglio nel finale, prevedibile sin dai primi frame soprattutto per chi abbia letto il romanzo di Stephen King, Carrie o ne abbia visto l’altrettanto riuscito adattamento di Brian De Palma del 1976.

Il tributo è sicuramente gradito a tutti i fan del Re, pronti a chiudere un occhio davanti a un prodotto curato sotto ogni punto di vista che ha nel suo realismo la chiave per garantirsi le attenzioni di un pubblico più ampio del previsto.

Recensione a cura di Matteo Angelica

Grafica a cura di Giulia Federici

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