Falling, storia di un padre | Il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Viggo Mortensen

“Falling, storia di un padre” è il nuovo film diretto, scritto e interpretato da Viggo Mortensen. Esordio alla regia per il celebre attore statunitense, in uscita nelle sale dal 26 agosto. John Paterson è un uomo gay che vive a Los Angeles con il compagno Eric e la figlia adottiva Monica. Il suo perfetto quadro famigliare verrà scosso dall’arrivo dell’anziano padre dal carattere irruento e conservatore che si opporrà strenuamente allo stile di vita del figlio.

Anno: 2020

Regia: Viggo Mortensen

Attori: Viggo Mortensen, Hannah Gross, Laura Linney, Lance Henriksen, Terry Chen, David Cronenberg, Sverrir Gudnason

Paese: Canada

Durata: 112 min

Distribuzione: BIM Distribuzione

Sceneggiatura: Viggo Mortensen

Fotografia: Ronald Sanders

Montaggio: Carol Spier

Musiche: Marcel Zyskind

Produzione: Perceval Pictures, Baral Waley Productions, Scythia Films, Zephyr Films

 

Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 26 agosto 2021

Voto: 7/10

Genere📽: Drammatico

Una colla ormai scaduta sembra tenere insieme i frammenti di memoria del vecchio Willis. Una tradizionale famiglia americana: lui agricoltore, lei casalinga, due figli. I dialoghi di cui si compone per la maggior parte il film e il passato che riemerge a scossoni, gettano un’ombra su questo quadro ameno e capiamo che qualcosa è andato storto. Le informazioni sulla storia vengono dosate da Mortensen in modo che lo spettatore si chieda sempre se ciò che ascoltiamo da Willis sia attendibile o meno, non sempre il figlio lo smentisce. Eppure, la bravura dei due attori protagonisti riesce a far filtrare una verità più profonda, sepolta sotto rughe, malattie e lutti. Il principale motivo d’attesa è proprio il confronto finale tra padre e figlio; come detto, l’arma principale di John per rispondere all’asprezza del padre è spesso il silenzio o l’assecondarlo ma si percepisce che la rabbia covata dentro esploderà, compromettendo o ricongiungendo un rapporto che sembra ormai compromesso.

Gli eventi che reggono in piedi la storia sono davvero pochi e alla linearità del presente si contrappongono ricordi non sempre ordinati e coerenti che riescono a riemergere nella stanca mente di Willis attraverso lampi di autenticità, squarci che si insinuano a ritroso nel tempo e che ci vengono proposti attraverso la tecnica del montaggio parallelo. Ad attivare questi processi d’introspezione sono delle parole di John e, più spesso, immagini naturali come il tranquillo scorrere di un fiume o il sole che tramonta sulle acque mosse del Pacifico.

L’altra dicotomia che lacera il film è il forte contrasto tra ciò che i personaggi rappresentano: da un lato Willis, conservatore, cristiano, attaccato ad un’idea di famiglia classica, con un uomo al comando e la moglie ad occuparsi della casa; dall’altro John ha un poster di Obama, si è sposato con un uomo e ha adottato una bambina: l’America razzista e omofoba si scontra con il progresso e un nuovo modo di vedere la vita. Dove la scrittura di Mortensen riesce a colpire è nel dare allo spettatore la possibilità di non odiare Willis e anzi provare empatia per lui. Alla deriva, tradito, malato e solo, l’odio sembra l’unica strada percorribile per lui.

Dal punto di vista tecnico il regista newyorkese si pone in continuità con la tradizione americana dello showing che predomina sul telling. Decide di non interferire nella storia per lasciare che gli eventi si dispieghino nel modo più spontaneo possibile. L’apparente monotonia dei cambi d’inquadratura è parzialmente sopperita dai frizzanti dialoghi e dagli scatti d’ira dello scorbutico protagonista. Da sottolineare i primissimi piani, possibili anche grazie all’abilità degli attori nel nascondere i loro sentimenti ad un occhio troppo distante, salvo svelarli poi ad un’osservazione più attenta. Questa tecnica risente della lezione di un maestro come Clint Eastwood, anche lui bravissimo nell’eclissarsi per focalizzarsi allo stesso tempo sui dettagli dei personaggi.

Tirando le somme, l’esordio alla regia di Viggo Mortensen non può che essere applaudito. Alcuni cali di ritmo nella storia sono un compromesso da accettare vista l’inclinazione fortemente maieutica della pellicola. La verità è nascosta dentro i ricordi dei protagonisti e solo la collisione tra le diverse personalità attraverso flashback e dialoghi può permetterne una sintesi.



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