Elegia Americana | Recensione, cast e trama

Il film si basa sulle memorie di J.D. Vance e racconta una visione moderna del sogno americano attraverso il confronto di tre generazioni. J.D. è un ex marine e studente di giurisprudenza a Yale, sul punto di ottenere il lavoro dei suoi sogni.



Regia:Ron Howard

Attori:Amy Adams, Glenn Close, Gabriel Basso, Haley Bennett, Freida Pinto, Bo Hopkins, Owen Asztalos, Sunny Mabrey

Paese:USA

Distribuzione:Netflix

Sceneggiatura:Vanessa Taylor

Fotografia:Maryse Alberti

Montaggio:James Wilcox

Musiche:David Fleming, Hans Zimmer

Produzione:Imagine Entertainment, Netflix


Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 11 novembre 2020

Voto: 5.5/10

Genere📽: Drammatico

Pro: Elegia americana è un film originale Netflix diretto da Ben Howard e tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di J.D. Vance. Il racconto inizia da una calda estate nel Kentucky del 1997 per procedere verticalmente dal passato travagliato del giovane protagonista al presente che lo vede sgomitare per raggiungere il tanto agognato sogno americano. Nonostante un’infanzia e un’adolescenza di segnate dalle difficoltà economiche e dai disagi psichici mai diagnosticati della madre, J.D. riuscirà a trascendere questa realtà desolante e a iscriversi a Yale grazie alla nonna Mawmaw, tanto rude quanto attenta a supplire la figlia in difficoltà nel ruolo di madre; capace di risvegliare nel ragazzo la determinazione necessaria per far valere il suo talento, si rivela essere la vera guida di J.D.

È una storia di riscatto sociale che funziona grazie a poche e semplici componenti. Primo, le interpretazioni di Amy Adams e Glenn Close, attrici che rendono palese la volontà della produzione di raggiungere l’Academy; due presenze del genere nel cast potevano essere sicuramente accompagnate da una scrittura più profonda e d’impatto ma riescono comunque a ritagliarsi il loro spazio. Secondo, la linearità della storia: la narrazione procede spedita senza troppi inciampi ed è davvero difficile perdersi qualcosa.

Contro❌ quanto abbiamo elencato finora non è abbastanza per assicurare una sufficienza a questo film che pecca già dalle premesse. L’intento è quello originale dell’autobiografia di Vance, spiegare il successo di Trump nel raccogliere il dissenso del sottoproletariato bianco delle zone rurali del Sud degli Stati Uniti; purtroppo, il risultato è viziato da stereotipi e cliché che contaminano il tentativo di rappresentazione sociologica della povertà. Ad esempio, la giornalista Aja Romano ha notato con arguzia: «Puoi capire quando ricchi privilegiati che non sono mai stati poveri scrivono sceneggiature sull’essere poveri dal fatto che includono sempre scene in cui la carta di credito del povero viene goffamente rifiutata» (la sceneggiatrice è Vanessa Taylor). Inoltre, risulta difficile, nel 2020, fingere di non vedere quanto l’ascensore sociale di quella che era una delle più grandi democrazie del mondo occidentale si sia inceppato anni fa. Se è vero che J.D. è riuscito a realizzarsi, è altrettanto vero che molte altre individualità, seppur dotate di talento e ambizione, sono state ostacolate nella loro ascesa da un sistema sempre più elitario e sempre meno meritocratico. Basti dare uno sguardo alla crescita della diseguaglianza sociale negli ultimi quattro anni della presidenza Trump per avere consapevolezza di questo fenomeno.

È vero, tutto questo in qualche modo è esterno al film ma, in qualche modo, ne rappresenta la premessa. Se non bastasse la pellicola in sé ha più difetti che pregi come una regia piatta e timida o una sceneggiatura altrettanto debole con dialoghi davvero poco ispirati.

In conclusione, Amy Adams e Glenn Close tengono a galla la baracca che non affonda anche grazie alla facilità con cui il target di riferimento può immedesimarsi nella storia.

Recensione a cura di Matteo Angelica

Grafiche a cura di Giulia Federici

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