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El Conde: Pinochet è sempre stato un vampiro, eravamo noi che non lo sapevamo

Aggiornamento: 29 mag

Il grande ritratto grottesco della figura politica di Augusto Pinochet diretto da Pablo Larraìn, pellicola con tratti surrealistici alla Lynch e Cronenberg.


Data di uscita: 15 settembre 2023

Genere: Horror, Fantasy, Comedy

Anno: 2023

Regia: Pablo Larraìn

Attori: Jaime Vadell, Gloria Münchmeyer, Alfredo Castro, Paula Luchsinger, Stella Gonet, Antonia Zegers, Marcial Tagle, Diego Munoz, Amparo Noguera, Catalina Guerra, María del Rosario Zamora

Paese: Chile

Distribuzione: Netflix

Sceneggiatura: Guillermo Calderón, Pablo Larraín

Fotografia: Edward Lachman

Produzione: Juan de Dios Larraín, Rocio Jadue

Casa di Produzione: Fabula Productions


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Alberto Barbera, direttore artistico dell’80esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, nel presentarlo disse “barocca rivisitazione del genere vampiresco”… ed è proprio così, Pablo Larraìn  gira un film così grottesco quanto satirico, pieno di simbolismo, omaggiando prima di tutto il primo vampiro per eccellenza e quindi Nosferatu di Murnau, ancora Sokurov ed Herzog.

È un Larrain che rivoluziona la sua messa in scena e a tratti abbandona il linguaggio ermetico. È un Larrain esplicito, che copre i consueti silenzi e spiega ogni cosa della vita e persino delle intenzioni del suo protagonista: Pinochet, 250enne, vampiro, innamorato di una bellissima Giovanna d’arco, una suora esorcista.

Surrealismo surrealista che sfocia a volte fastidiosamente nel reale, fa il giro, tocca note in cui l’allegorico diventa grottesco e poi farsa. Ma non si scompone. In ogni scena si vede la mano di Pablo, nonostante sia il film più “diverso” del suo filone cileno, paradossalmente molto più vicino al filone biografico, se non addirittura una chimera tra i due. Un Minotauro che gira e voracemente divora nel labirinto, in attesa di un Teseo che lo liberi, lo uccida, vuole essere liberato. E quel Teseo, la stampa, i critici, vedrete, non esiterà a chiedere la sua testa.

La fotografia è la cosa più bella e iconica della pellicola, Edward Lachman fa un lavoro incredibile sul bianco e nero (uno dei più belli degli ultimi anni) bisogna, quindi partire col pretesto di andare a vedere un film più alla Terrence Malick che alla Steven Spielberg, viene privilegiata la parte visiva, quindi, dell’opera. Larraìn segue i personaggi con la macchina da presa come se stesse volando con loro.


C’è da sottolineare comunque un’incipit non dei migliori, sia come ritmo che come impostazione di storia: un voice over narra quello che è stato realmente Augusto Pinochet, il problema è che lo fa per i primi lunghi 30 minuti, ciò forse non rientra nello stile di Larrain e ha sorpreso un po’. È vero anche che la sceneggiatura spesso pecca di forzature o comunque azioni spesso di poco senso, ma probabilmente è tutta una metafora legata al protagonista dittatore cileno, ladro di denaro e di vite nella terra di Larrain e del quale non si è assolutamente dimenticato, così come non lo ha fatto il popolo cileno tutto.



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