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Charlie or The Whale: il ruolo di Moby Dick nella pellicola di Aronofsky.

Il titolo dell’ultimo film di Aronofsky, The Whale, fa riferimento sia alla stazza del suo protagonista, il professore di letteratura Charlie, sia all’opera di Herman Melville pubblicata nel 1851, Moby Dick or The Whale. Il legame di Charlie con questa storia non è esclusivamente quello di un appassionato di letteratura che non può evitare di lasciarsi ammaliare dalla triste storia raccontata da Melville. A quel romanzo è infatti legato un ricordo della figlia Ellie che, alle scuole medie, aveva scritto un commento particolarmente intelligente e onesto su Moby Dick. Se il film racconta di come Charlie cerchi di riconquistare la fiducia della figlia ribelle prima di morire, allora le parole scritte da Ellie sono per il padre una guida costante che gli ricorda la bontà, ormai smarrita, della figlia. La loro importanza è ribadita da una delle prime sequenze della pellicola, in cui, sul punto di morire, Charlie chiede che gli venga letto l’estratto che non sappiamo ancora appartenere alla figlia.

Il romanzo di Melville è però una vera e propria chiave interpretativa del film che ci permette di capire ad un livello più profondo l’agire dei personaggi. Uno dei momenti di più alto valore estetico in tutta la storia è nel capitolo 9, il sermone di padre Mapple. Attraverso la storia di Giona, Mapple arriva alla morale del suo discorso: “Predicare la Verità in faccia all’Errore”. Ascoltando queste parole non può non venirci in mente per quanto tempo Charlie insista con i suoi studenti sull’onestà della scrittura, prima che sulla qualità. Per Charlie, come per Melville, la scrittura ha valore solo se vera.

Spostando l’attenzione sul capitano Achab, invece, non è difficile trovare il suo corrispettivo in The Whale. Si tratta della giovane Ellie che, come il capitano, è mossa dalla rabbia e dalla vendetta. L’amputazione a suo danno non è quella di un arto ma della sua innocenza. In uno dei dialoghi spesso unidirezionali tra padre e figlia, Ellie lo accuserà, avendola abbandonata, di averla privata in anticipo della possibilità di illudersi riguardo la bontà degli esseri umani. Dal suo punto di vista, il padre è il mostro da combattere, il catalizzatore del suo malessere e del suo disagio esistenziale. È proprio in questo che il gigantesco capidoglio e Charlie si assomigliano di più. Nell’essere l’oggetto passivo di un odio tanto determinato quanto lucido. Il suo comportamento, a tratti definibile malvagio, ha molto a che fare con il demonio a cui Achab consacra la sua vendetta.

C’è un’ultima caratteristica fisica ad accomunare Charlie alla balena. I problemi respiratori di Charlie lo portano ad una condizione critica in cui il respiro si assottiglia così tanto da diventare una sorta di soffio. Proprio il soffio è lo strumento principale che permette alle baleniere di identificare nel silenzio delle onde la presenza dei crostacei.

Ma è nel finale che si tirano le somme del rapporto tra queste due opere di fiction. Aronofsky decide di adottare una struttura circolare e finire con le parole di quel tema con le quali aveva iniziato il racconto. La differenza rispetto al principio sta nel fatto che il tema sull’opera di Melville viene letto dalla voce di Ellie e solo allora la ragazza riesce a rendersi conto di quanto il padre avesse ragione a ricordarle che “Questo tema sei tu!”. Il volto della bravissima Sadie Sink riesce a rendere perfettamente l’importanza di questa rivelazione. Quelle parole scritta da lei da bambina su Moby Dick si sono rivelate una capsula del tempo potentissima, capace di parlare alla Ellie del presente attraverso le vicende di Achab e Moby Dick: “Nel corso del libro, il pirata Achab incontra molte avversità. La sua intera vita ruota intorno al tentativo di uccidere questa balena. Credo che sia triste perché la balena non ha alcuna emozione e non sa quanto Achab voglia ucciderla. È solo un povero, grosso animale. Mi dispiace anche per Achab, perché pensa che la sua vita migliorerebbe se uccidesse la balena. Ma in realtà non lo aiuterebbe affatto”. L’intenso monologo si conclude con l’ammissione “Questo libro mi ha fatto pensare alla mia stessa vita e poi mi ha fatto sentire felice per…”. La sospensione lascia libero spazio alle interpretazioni più disparate ma credo sia abbastanza sicuro che Moby Dick, come solo la grande letteratura è capace di fare, ha ricordato ad Ellie la sua capacità di preoccuparsi per gli altri, provare empatia per qualcuno che esiste solo nel confine dell’immaginazione di ciascuno.

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