Casablanca | Recensione

Casablanca, 1941: la città pullula di profughi che tentano di ottenere il visto per gli Stati Uniti d'America. Prima di venir catturato dalla polizia coloniale francese, Ugarte affida a Rick, proprietario del Café Américain, alcune lettere di transito in bianco sottratte a due tedeschi uccisi.



Anno:1942

Regia:Michael Curtiz

Attori:Humphrey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains, Conrad Veidt, S.Z. Sakall, Peter Lorre, Sydney Greenstreet, Madeleine LeBeau, Dooley Wilson

Paese:USA

Durata:99 min

Distribuzione:Dear - Warner Home Video, Mgm Home Entertainment, M & R, Cde Home Video, Gruppo Editoriale Bramante (GLI Scudi)

Sceneggiatura:Julius J. Epstein, Philip G. Epstein, Howard Koch

Fotografia:Arthur Edeson

Montaggio:Owen Marks

Musiche:Max Steiner

Produzione:Warner Bros.


Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 21 novembre 1946 (Italia)

Voto: 9,5/10

Genere📽: Drammatico, Sentimentale

Pro🔝: Nel 1942 usciva nelle sale americane un film destinato a fare la storia del cinema, Casablanca, diretto da Michel Curtiz. L’anno dopo vinse l’Oscar e divenne un manifesto della lotta al nazismo e, a decenni di distanza, un’opera capace di infrangere le barriere del tempo per rivolgersi con immutata efficacia a diverse generazioni di cinefili. 

La storia si svolge nel 1941 in Tunisia, nella città costiera di Casablanca, crocevia di diverse culture in cui l’americano Rick Blaine, reduce da più esperienze sul fronte della resistenza, gestisce un locale cercando di lasciarsi il passato alle spalle. Gli sarà difficile quando Victor Lazlo, in fuga dalla Gestapo, farà il suo ingresso al Rick’s Cafè Americain, insieme alla bellissima moglie Ilsa Lund. Rick l’aveva conosciuta a Parigi un anno prima e tra i due c’era stata una breve ma intensa storia d’amore, troncata dall’arrivo dei nazisti in città. Tra i due la passione non sembra essere cessata ma la minaccia tedesca incalza sul destino di questo triangolo amoroso e Rick potrebbe rappresentare l’ultima possibilità di salvezza per Victor e Ilsa. 

Indiscutibilmente, uno deigli aspetti che ha consacrato il film all’olimpo di Hollywood è sicuramente la figura di Humprey Bogart. Non semplice attore che ricopre un ruolo ma anche e soprattutto simbolo dell’uomo a cui è concesso soffrire, seppur a malincuore, simbolo del classico Good Bad Boy americano 

Un altro dei tratti peculiari della pellicola è il suo carattere composito. Ad un primo livello, Casablanca è già composito nella produzione: ci troviamo nell’America degli anni quaranta, in una Hollywood ancora aggrappata allo studio system, una catena di montaggio in cui produttore, regista, sceneggiatore e attori avevano tutti, anche se in misura diversa, diritto di parola. Questo è il motivo delle numerose riscritture della sceneggiatura che, una volta terminata diventa ricettacolo di svariati temi, tutti perfettamente amalgamati tra loro. C’è la frontiera, rappresentata da Casablanca, luogo al confine tra la civiltà e il selvaggio. Al western si frappone poi il noir, portato avanti dall’oscurità del protagonista e, più in generale, dall’evolversi dell’azione. Abbiamo infine l’elemento romantico. Casablanca si fa portavoce di tutte le tendenze del cinema americano, rappresentandone, citando Umberto Eco, un’antologia. 

Come non menzionare poi la capacità unica di questo film di creare scene destinate a stamparsi per sempre nella memoria dello spettatore. Vale la pena citarne almeno una: Rick è seduto in un tavolo del suo bar sorseggiando whiskey e lasciando che la nebbia fuoriuscita dalla sua sigaretta gli pervada il viso; la sala è ormai vuota quando il pianista suona As time goes by di Doley Wilson, colonna sonora del suo amore con Ingrid; la melodia attiva la sua memoria, le note del piano si trasformano lentamente in quelle di una tromba e Rick si rivede felice e spensierato con Ilsa, in una decapottabile per le strade di Parigi. 

Contro: il contro di questa pellicola, forse, è ciò che le permette di essere un capolavoro immortale. Il triangolo amoroso e il filone dell’indagine noir sono i binari principali su cui scorre la storia ma allo stesso tempo archetipi, cliché narrativi comunissimi, già visti. Proprio per questo però, quando ciò che è comune a molti viene trattato con la giusta dose di complessità, quei cliché trovano uno spazio dentro ognuno di noi permettendoci di identificarci nei dilemmi del tenebroso Humprey Bogart, come già fece Woody Allen nel 1972 con Provaci ancora Sam. E proprio per questo, as time goes by Casablanca rimarrà una pietra miliare della storia del cinema. 

Recensione a cura di Matteo Angelica

Grafica a cura di Giulia Federici

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