Belfast | A quelli che sono rimasti, a quelli che sono partiti.

Aggiornamento: 23 feb

1969, Belfast. La guerra civile nord-irlandese tra cattolici e protestanti vede il suo atto di nascita attraverso occhi di un bambino.



Paese di produzione: Regno Unito

Anno: 2021

Durata: 97 min

Genere: drammatico, biografico, storico

Regia: Kenneth Branagh

Sceneggiatura: Kenneth Branagh

Produttore: Kenneth Branagh, Laura Berwick, Becca Kovacik, Tamar Thomas

Casa di produzione: TKBC

Distribuzione in italiano: Universal Pictures

Fotografia: Haris Zambarloukos

Musiche: Patrick Doyle

Scenografia: Jim Clay

Costumi: Charlotte Walter

Trucco: Wakana Yoshihara

Cast: Caitríona Balfe, Judi Dench, Jamie Dornan, Ciarán Hinds, Jude Hill, Colin Morgan, Lara McDonnell, Gerard Horan, Conor MacNeill

 

Recensione


Voto: 8\10


Sette nomination agli Oscar per Belfast, pellicola autobiografica sul conflitto nordirlandese diretta da Kenneth Branagh.

Come ben ci aveva insegnato JoJo Rabbit (2019), il modo migliorare di raccontare una storia è farlo attraverso gli occhi di un bambino, per catturarne tutta la curiosità e semplicità che lo sguardo adulto perde per un'ottica più analitica e drammatica.

Branagh non sceglie lo sguardo di un bambino qualunque ma i suoi ricordi infantili che perdono colore ricercati nella memoria, portando in scena una pellicola interamente in bianco e nero, fatta eccezione per i film che il piccolo Buddy osserva meravigliato.



Il bianco e nero non si articola solo sulla funzionalità del ricordo, ma si ricollega anche inevitabilmente alla violenta realtà del '69 irlandese, che vede l'Irlanda del Nord dilaniata dal conflitto civile tra cattolici e protestanti, e il cinema quindi si colora in un mondo che sembra aver perso qualsiasi sfumatura.

In questi termini è particolarmente d'effetto la prima scena in cui vediamo Buddy giocare spensierato per il suo quartiere e nel giro di qualche secondo il campo da gioco del bambino si trasforma in un terrificante scenario costellato da violenza, odio e paura.

Il punto di forza di Belfast però, è proprio quello di riuscire a donare amore e sostanza a questo particolarissimo periodo (e luogo) storico, donando quella sopraccitata semplicità che supera ogni conflitto.



La regia di Branagh rende giustizia sia agli attori, con primi piani emozionali, sia agli spazi di Belfast, silenziosa co-protagonista, immergendo lo spettatore in un luogo a lui sconosciuto, per confini e per tempo, ma che riesce a percepire comunque come familiare. Il centro gravitazionale della pellicola è la famiglia del piccolo Buddy, composta da un cast eccezionale tra cui spiccano le interpretazioni femminili di Caitriona Balfe e Judie Dench; allo stesso modo in cui abbiamo visto il collante familiare in E' stata la mano di Dio (2021) anche in Belfast il focolare domestico intrattiene ed emoziona e diventa il cuore pulsante della narrazione (e il cinema, come in E' stata la mano di dio, assume la funzione salvifica).



E ancora, come nel film sorrentiniano, si pone la domanda: "Vale la pena lasciare le proprie radici?". Il quesito ovviamente non ha una risposta universale, come un lutto, come una guerra, come un ricordo, la risposta varia da persona a persona, e la scelta che uno decide di intraprendere avrà comunque un incredibile peso sulla crescita e sulla memoria emotiva.

Belfast è quindi un tenero autobiografico ricordo del regista, ma è anche molto di più: una lettera d'amore a tutti coloro che se ne sono andati, che sono rimasti e anche a coloro che si son persi nella loro strada.




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