American beauty | Recensione

Lester Burnham è un marito infelice che trascorre le giornate all'insegna della monotonia. Quando incontra Angela, amica adolescente di sua figlia, la sua vita cambia completamente.

Anno:1999

Regia:Sam Mendes

Attori:Thora Birch, Chris Cooper, Peter Gallagher, Scott Bakula, Sam Robards, Allison Janney, Barry Del Sherman, Ara Celi, John Cho, Wes Bentley, Mena Suvari, Kevin Spacey, Annette Bening

Paese:USA

Durata:122 min

Distribuzione:United International Pictures

Sceneggiatura:Alan Ball

Fotografia:Conrad L. Hall

Montaggio:Christopher Greenbury, Tariq Anwar

Musiche:Thomas Newman

Produzione:DreamWorks, Jinks/Cohen Company


Recensione:

Data di uscita in Italia 🗓️: 21 gennaio 2000

Voto: 9/10

Genere📽: Drammatico

Pro🔝: Esordio alla regia di Sam Mendes (Skyfall; 1917), American Beauty riesce a ricreare nello spettatore contemporaneo le stesse emozioni che suscitava 21 anni fa; supera quindi l’agognato esame del tempo e mantiene attuale sia l’aspetto di satira sociale, sia quello prettamente estetico.

E la pellicola potrebbe benissimo sintetizzarsi così: una ben costruita critica sociale nei confronti della middle class americana, in particolare di un padre di famiglia alla disperata ricerca della bellezza perduta della giovinezza. Questa tanto – letteralmente – sognata bellezza si concretizza nel frame, oramai già da tempo cult, del corpo nudo di Mena Suvari adagiato su un letto di petali di rose rosse. Già solo il titolo ci può dare un ottimo indizio sulla costruzione del fulcro della narrazione: le american beauty infatti sono una varietà di rose, oltre che al riferimento allo status americano sopraccitato e alla bellezza in senso stretto.

Creando un ulteriore gioco di simbolismi e metafore, anche le stesse rose rappresentano significati nascosti, come la passione, rappresentata per eccellenza dal fiore rosso, ma anche l’innocenza, in violenta contrapposizione al sentimento precedente, contrapposizione che crea il concetto di bellezza perduta.

Ciò che il protagonista brama infatti, non è tanto la giovane amica della figlia, ma piuttosto ciò che ella rappresenta, o meglio, ciò che in lei, lui idealizza: la pura bellezza che oramai è ben lontana dai ricordi dell’uomo, usurato dalla quotidianità.

Nel susseguirsi degli eventi vediamo come Lester, magicamente interpretato da Kevin Spacey, cerca di staccarsi dai suoi doveri, dalle imposizioni dategli da schemi predefiniti dalla società, per sognare a occhi aperti petali di rose, con tutti i loro significati annessi.

Sam Mendes in questo continuo viaggio tra onirico e realtà dà tutta prova della sua bravura, con una regia che non spezza il disincanto ma che allo stesso tempo rimane ben fisso con i piedi per terra nella realtà dei fatti. Sullo stesso piano d’azione si costruisce anche la sceneggiatura e la fotografia, entrambe epiche e oramai nella storia del cinema.

Il cast riesce a mantenere alto il livello dato dall’aspetto tecnico e, soprattutto, riescono a tener testa a Kevin Spacey (premio oscar proprio per questo ruolo) che si presenta sullo schermo come una vera e propria bestia di bravura. Ottima e convincente la costruzione dei personaggi secondari che non si perdono nella travolgente azione narrativa del protagonista ma che, piuttosto, aggiungono valore al complessivo.

American Beauty ci lascia, infine, con una questione in sospeso: in una società che ci impone come traguardo massimo il così detto sogno americano, che ci designa sposati, con figli, con una bella casa col giardino e un buon lavoro, che cos’è effettivamente la bellezza? Se l’aspirazione perfetta è quella di vivere nel presente di questa realtà realizzata, perché sentiamo la necessità di evaderla?

Per quel che riguarda Lester, la risposta sembra essere abbastanza semplice: egli cerca la bellezza perché si è dimenticato cosa significa viverla e vederla ogni giorno; malgrado sia possibile trovarla anche nelle piccole cose, si auto sabota e preferisce idealizzarla in un sogno proibito, marcando la sua incapacità e inettitudine nel realmente liberarsi dagli schemi sociali in cui è intrappolato.

Contro❌: La sinuosa linea di intreccio estetico e narrativo si mostra preponderante nella prima parte del film, riuscendo a creare un’atmosfera, che come già accennato, trasporta lo spettatore prima nei sogni, poi nella realtà, sempre accompagnandolo alla voce fuori campo del protagonista che funge in qualche modo da guida, come se fosse Virgilio che scorta Dante nel suo viaggio. Nella seconda parte della pellicola però questa atmosfera pian piano perde di intensità ed efficacia, come se la si volesse lasciare alle spalle. C’è da chiedersi se sia effettivamente un piccolo difetto o una voluta scelta stilistica, come a suggerire che la storia stia per giungere al termine, e come la fine di un

sogno a occhi aperti, lo spettatore viene riportato pian piano alla realtà.

Recensione a cura di Linda Giulio

Grafica a cura di Giulia Federici

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